I cento passi
I cento passi è un film del 2000 diretto da Marco Tullio Giordana dedicato alla vita e all'omicidio di Peppino Impastato, impegnato nella lotta alla mafia nella sua terra, la Sicilia.
Cento sono i passi che occorre fare a
Cinisi, per colmare la distanza tra la casa della famiglia Impastato e
quella del boss mafioso Gaetano Badalamenti.
Il giovane Peppino Impastato vive cercando di sfuggire a
quest'inesorabile legame con l'ambiente mafioso che il padre, Luigi
Impastato, un po' per inerzia, un po' perché ha una moglie da proteggere
e due figli da crescere, non ha la forza di rompere. Anche di fronte
alla vulnerabilità sua e della propria famiglia, Peppino, animato da uno
spirito civico irrefrenabile, non esita, con l'involontaria complicità
del fratello Giovanni, ad attaccare "don Tano" e a denunciarne
pubblicamente le malefatte.
Il percorso "controcorrente" di Peppino nasce quando, bambino, vede
scorrere davanti a sé gli albori della lotta politica contro la mafia e
il potere a essa colluso, lotta a cui poi prenderà attiva parte una
volta adolescente e poi da adulto. La morte violenta dello zio
capomafia, l'incontro con il pittore
comunista Stefano Venuti, il rifiuto del padre biologico e della
famiglia intesa in senso mafioso e il formarsi con il pittore idealista,
suo vero "padre etico", sono i punti di svolta della vita di Peppino
bambino, che lo segneranno per il resto della sua esistenza. La frase «noi comunisti perdiamo perché ci piace perdere»
sembra quasi un preludio alla sua tragica morte, che giunge quando
ormai è diventato troppo scomodo ai mafiosi e il padre, morto in un
oscuro incidente, non lo può più proteggere da don Tano. Viene ucciso
soprattutto per l'operato dell'irriverente Radio Aut, dai microfoni della quale si è scagliato senza freni a denunciare la mafia e i suoi misfatti.
da Wikipedia
una recensione
La mafia uccide solo d'estate
Scheda di Wikipedia
PRESENTAZIONE
Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, debutta al cinema con una
storia di rimozione, una storia scomoda perché chiama in causa
responsabilità collettive che costringono a interrogarsi sull'identità
culturale del Paese, sul suo passato e sul suo futuro. Aiuto regista di Marco Tullio Giordana nel 2000, lo ha accompagnato nei cento passi
che separavano l'abitazione di Peppino Impastato da quella del boss
Tano Badalamenti. E di quel film l'opera prima di Pif ha l'urgenza e la
necessità di raccontare una pagina drammatica che non deve essere
dimenticata perché rompe col silenzio e con l'omertà, un contratto
sociale basato sulla connivenza.
Costruito come un romanzo di formazione, La mafia uccide solo d'estate
trova la sua rilevanza in quello che racconta e la sua forza in come lo
racconta e come rappresenta la mafia senza indulgenze celebrative.
Infilato il terreno minato dell'universo criminale, Pif contempla il
fascino sinistro dell'eroe del male, incarnato nel film da Giulio
Andreotti e allargato a una lunga serie di 'persone perbene'e
istituzionali fino alla bassa macelleria criminale, scartando i
sentimenti retorici e i cliché che veicolano l'idea dell'immutabilità
della Mafia. Nato in una regione incline al fatalismo come la Sicilia,
Pif fa qualcosa di più che dimostrare la parabola discendente di Cosa
Nostra, scegliendo come protagonista un ragazzino che coltiva sogni,
speranze e illusioni e che imparerà a sottrarsi alle regole del gioco
sentendosi e volendosi 'diverso' rispetto alla cultura diffusa di cui la
criminalità organizzata è espressione. I padrini forti e arcaici visti
sempre nella loro sacralità di potenti e cattivi vengono 'rovesciati' in
una storia drammaturgicamente valida e capace di scendere dentro le
cose.
Cinema impegnato in prima linea, che arriva col sorriso fino in fondo, fino a sentire e a far sentire un dolore lancinante, La Mafia uccide solo d'estate
capovolge il comico in tragico ricordandoci che ribellarsi è possibile.
Il film porta a coscienza del protagonista e della sua città i mostri
che stanno anche dentro chi li vorrebbe cacciare e che decide per questo
di dichiarare guerra a una parte di sé. Lo sguardo attonito e incredulo
di Arturo bambino sulle omertà e le brutalità del mondo degli adulti,
che lo hanno sedotto (Giulio Andreotti), innescato (il giornalista
esiliato di Claudio Gioè) e (ri)educato (i 'retroscena' del potere
mafioso), si posa adesso consapevole sul figlio e sulle targhe di marmo.
Arturo ha pochi anni e un segreto romantico che condivide con Rocco
Chinnici, giudice e vicino di Flora, la bambina che gli ha incendiato il
cuore. Nato a Palermo, Arturo è stato concepito il giorno in cui Totò
Riina, Bernardo Provenzano, Calogero Bagarella e altri due uomini della
famiglia Badalamenti, uccisero Michele Cavataio vestiti da militari
della Guardia di Finanza. Da quel momento e da che si ricordi la sua
vita, spesa a Palermo, è stata allacciata alla Mafia e segnata dai suoi
efferati delitti. Cresciuto in una famiglia passiva, in una città 'muta'
e tra cittadini incuranti dei crimini che abbattono i suoi eroi in
guerra contro la Mafia, Arturo prova da solo a produrre un profilo e un
senso a quegli uomini contro e gentili che gli offrono un iris alla
ricotta (il commissario Boris Giuliano) o gli concedono un'intervista
(il Generale Dalla Chiesa). L'unico che proprio non riesce a incontrare,
ma di cui ritaglia e colleziona foto dai giornali, è il premier Giulio
Andreotti, che da una trasmissione televisiva gli impartisce un'ideale
lezione sentimentale da applicare al cuore della piccola Flora. Gli anni
passano, la Mafia cresce in arroganza e crudeltà e i paladini della
giustizia vengono falciati, sparati, esplosi. Soltanto Arturo rimane
uguale a se stesso, ossequiante e 'svenduto' in una televisione locale e
nella campagna elettorale di Salvo Lima. Ma la morte di Giovanni
Falcone e quella di Paolo Borsellino lo risveglieranno da un sonno
atavico e dentro una città finalmente cosciente.
E ora dove andiamo?
Un film di Nadine Labaki.Titolo originale Et maintenant, on va où?.
Drammatico,
durata 110 min.
- Francia, Libano, Egitto, Italia 2011
In un paese in una zona montuosa del Medioriente la piccolo comunità è
divisa tra musulmani e cattolici. Se gli uomini sono spesso pronti alla
rissa tra opposte fazioni le donne, tra cui spiccano le figure di Amale,
Takla, Yvonne, Afaf e Saydeh sono invece solidali nel cercare di
distogliere mariti e figli dal desiderio di trasformare i pregiudizi in
violenza.
...
Una commedia al femminile contro l'in-
tegralismo